Tribuna

Massimo Luciani

1. La questione dell’unità nazionale è stata nuovamente posta, e prepotentemente, dall’emergenza sanitaria. E lo è stata sia nella prospettiva dei rapporti fra centro e periferia sia in quella della cultura politica, delle ragioni, direi del sentimento, del nostro stare assieme. Sono questioni che vanno affrontate con lo sguardo rivolto al vorticoso andamento del presente, ma anche all’incerto configurarsi del futuro.

2. L’incertezza del quadro normativo derivante dal sovrapporsi di interventi centrali, regionali e locali è stata percepita da tutti i cittadini e ha gravemente pesato sulla loro capacità di orientamento e di programmazione delle attività personali nel periodo emergenziale. È curioso che contro questo stato di cose abbiano protestato anche molti di coloro che hanno dedicato una parte significativa della loro attività scientifica alla contestazione del “falso mito” della certezza del diritto, bollato come un’illusione statalista e illuminista che nel mondo liquido e globalizzato di oggi non avrebbe più alcun significato. Evidentemente, quando si scende dall’iperuranio del vagheggiato costituzionalismo globale alla dura realtà della vita quotidiana il denigrato armamentario dei giuspositivisti serve ancora a qualcosa…

Lasciamo stare, però, questi tristia intellettuali e veniamo al punto. In un periodo di emergenza nazionale il centro della decisione pubblica non può che essere, esso stesso, nazionale. Nella vicenda della pandemia da Covid-19 il Governo ha proceduto nella direzione costituzionalmente corretta, prima proclamando lo stato di emergenza di rilevanza nazionale, poi normando con decreti legge e con decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, legittimati dal codice della protezione civile e dagli stessi decreti legge emergenziali. Nondimeno, proprio sul piano dei rapporti con le autonomie qualcosa non ha funzionato, perché è stato dato loro, allo stesso tempo, troppo e troppo poco spazio.

Troppo, quando il d.l. n. 19 del 2020 ha ammesso una facoltà di deroga non adeguatamente indirizzata da un quadro normativo nazionale; troppo poco, quando per la gestione dell’emergenza non si è creata una vera e propria cabina di regia con il coinvolgimento, in particolare, delle Regioni, che proprio in materia di emergenza la giurisprudenza costituzionale ha voluto non fossero escluse. L’Italia è un paese troppo diversificato per immaginare che la stessa scelta possa andar bene per tutto il territorio nazionale, sicché una diversificazione per territori è necessaria, ma questa va concordata in sede centrale, in un’apposita sede di coordinamento. In quella sede, fra l’altro, sarebbe possibile anche immaginare specifiche discipline (pur non nazionali) transregionali, che tengano conto sia dell’omogeneità socioeconomica di alcune zone del paese (basso Lazio e alta Campania; alto Lazio e Umbria; Romagna e Marche, etc.) sia dell’andamento dei dati sanitari raccolti dalle singole Regioni.

Le polemiche contro lo Stato accentratore o le Regioni disgregatrici, insomma, non hanno alcuna utilità. Utile, invece, è lavorare subito nella direzione appena indicata e – soprattutto – in quella di un potenziamento futuro – a ordinamento tornato alla normalità – delle sedi di coordinamento e di collaborazione fra centro e periferia: il punto più debole della già debole (e mai abbastanza criticata) revisione del 2001.

3. Forte regia centrale e fattiva interlocuzione regionale (e locale), dunque. Ma a che scopo? C’è davvero una comunità politica nazionale di riferimento, i cui interessi unitari, sebbene territorialmente diversificati, debbano essere così tutelati? Ebbene, a me sembra che, al di là dei dubbi e dei distinguo, l’unità nazionale e il suo sentimento siano un fatto. Un fatto, però, è anche il difetto di interpretazione che ne hanno le forze politiche, fra quelle in Europa che meno di tutte sanno anteporre l’interesse nazionale al loro particulare. Questa è la triste realtà delle cose. Forse per la prima volta nella storia d’Italia la classe politica è peggiore del paese reale e dimostra un difetto di cultura politica e di lungimiranza mai visto in precedenza. Non si tratta di auspicare un generico embrassons nous, magari nella prospettiva della costruzione di un Governo di unità nazionale dai dubbi fondamenti, ma di lavorare convintamente per il bene del paese, come altri classi politiche, di altri paesi europei, hanno fatto benissimo in questi ultimi decenni.

Un noto leader politico, di recente, ha preteso di farsi interprete delle parole che i morti avrebbero detto se avessero potuto parlare. Basterebbe essere capaci di ascoltare le parole dei vivi, che non ne possono più di una rissa politica fine a se stessa e vorrebbero un paese più unito e solidale, nella prospettiva di un’autentica rinascita nazionale.

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