Tribuna

Giuseppe Surdi

Stati e mercati: elementi di riflessione nei capitalismi in evoluzione

 

L’impatto del COVID-19 sta richiedendo uno sforzo senza precedenti in tempo di pace da parte degli Stati per fronteggiare le ricadute sull’economia e sui mercati del virus.

La magnitudo della crisi derivante dalla pandemia ha evidenziato il ruolo dello stato nell’economia, non solo per fronteggiare le conseguenze sull’attività produttiva e di consumo delle misure di contenimento del contagio e garantire una rete di sopravvivenza economica per cittadini e imprese, ma anche per contribuire a superare quell’incertezza radicale che serpeggia in diverse economie nazionali e che impedisce l’emergere di una ripresa duratura.

Le politiche nazionali di contrasto alla crisi derivante dalla pandemia per essere efficaci richiedono infatti di essere calate in strategie di lungo periodo che consentano agli attori economici di trovare dei punti di riferimento per progettare il futuro in una fase che sembra caratterizzata dallo schiacciamento sulla sopravvivenza immediata, non solo economica.

Questo contesto, e le opinioni pubbliche giustamente smarrite dall’affrontare una situazione senza precedenti dal dopoguerra in poi, di conseguenza richiedono Stati in grado di delineare una strategia per il futuro, pragmaticamente modificabile e perfettibile, su cui far leva per superare lo stallo degli animal spirits di imprese tramortite e cittadini impauriti.

Nella storica dinamica dell’erronea contrapposizione tra Stato e mercato, che meglio si declinerebbe al plurale ovvero tra Stati e mercati, e in particolare nel quadro del rapporto più significativo e complesso tra Stato e Capitalismo, oggi riemerge quindi chiaramente nel dibattito pubblico la centralità che il soggetto istituzionale Stato ha sempre avuto, continua ad avere e avrà in futuro con la propria molteplicità di ruoli nell’economia. Ruoli che si differenziano a seconda di latitudini e longitudini, per l’evoluzione propria dei singoli paesi, e nei diversi periodi storici per il succedersi di diverse egemonie culturali e ideologiche, che ha visto da ultimo contrapporsi il Beijing consensus alla stagione del Washington Consensus.

La sottovalutazione del ruolo dello stato nell’economia appare più come una rappresentazione ideologica prevalente a partire dagli anni ’80, fino alla grande crisi del 2008, che ha inciso in contesti politicamente deboli, piuttosto che nella pratica effettiva delle attività di governo in giro per il mondo. Una recente ricerca di Naqvi, Henov e Chang del 2018 ha evidenziato come anche nei ruggenti anni del Washington Consensus, nel cuore della vecchia Europa, la Germania ad esempio abbia perseguito politiche industriali estremante attive sia all’interno che all’esterno dei propri confini attraverso la propria banca di sviluppo, la famosa Kreditantstalt für Wiederaufbau (KfW).

Dal 2008 in poi è in corso un cambio di narrazione, complice l’ascesa del capitalismo cinese che a partire dalla grande crisi ha consacrato il suo ruolo di leader economico globale, come testimonia il Fondo Monetario Internazionale evidenziando nel Fiscal Monitor di Aprile 2020 che nell’ultimo decennio le cosiddette SOE, “state-owned enterprises”, incluse tra le prime duemila grandi imprese al mondo hanno visto raddoppiare i loro asset fino a raggiungere i 45 trilioni di dollari pari a circa un quinto del totale.

Lo Stato imprenditore quindi non è mai venuto meno, anche se nel corso del tempo ha cambiato pelle e forma, soprattutto di governance, come sono cambiati approcci e modalità, non la funzione o l’esistenza, dello Stato regolatore, lo Stato innovatore e investitore oggi è più attivo che mai legittimato da un nuovo consenso e dalle nuove necessità, basti pensare che sempre la citata Germania per fronteggiare la crisi da COVID ha messo in campo a livello di governo federale risorse per oltre 600 miliardi di euro per il settore produttivo che comprendono 100 miliardi per interventi diretti di ricapitalizzazione delle imprese, che ad esempio hanno consentito il salvataggio di Lufthansa praticamente la compagnia di bandiera tedesca, e a cui si aggiungono interventi analoghi, come il Bavarian Fund, di alcuni dei principali Länder.

Oggi a queste funzioni dello Stato nell’economia si affianca la richiesta di uno Stato stratega, che richiama altre stagioni culturali, in grado di individuare traiettorie di sviluppo attraverso l’utilizzo delle principali leve di gestione della domanda pubblica, regolazione dei mercati e politica industriale, che ri-attivino circoli virtuosi per l’economia tra domanda – la cui rilevanza è stata particolarmente enfatizzata dall’esperienza di misure di contenimento del COVID – produzione, produttività e occupazione.

Le sfide che ci aspettano richiedono di superare il presupposto ideologico di una demarcazione pseudo-scientifica tra che cosa appartiene al dominio delle istituzioni e dello Stato e di cosa appartiene al dominio dei mercati, frutto dei tentativi di depoliticizzazione dell’economia per dirla con Chang, e di recuperare il ruolo della teoria economica quale cassetta degli attrezzi per contribuire alla creazione di percorsi per il benessere collettivo delle diverse comunità nazionali.

Le opinioni espresse sono personali e non riconducibili alle istituzioni di riferimento.

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