Tribuna

Francesco Saitto

Da quando si è iniziato a parlare di “antropocene”, l’idea che il mondo per come lo conosciamo possa finire è tornata al centro della riflessione filosofica e non solo. Era probabilmente dai tempi del serrato dibattito sul “principio disperazione” di G. Anders, che si sarebbe posto in radicale alternatività con il principio speranza di E. Bloch e poi con il principio responsabilità di H. Jonas, che questo tema non era così discusso. Ragionando su questi problemi da diversa e originale prospettiva, in un contributo recentemente ripubblicato in una nuova edizione di un suo celebre lavoro, Ernesto De Martino scriveva, negli anni Sessanta, che «la fine di “un mondo” non significherà la fine “del mondo” ma, semplicemente, “il mondo di domani”» (De Martino, La fine del mondo, 2019, 76).

Oggi, la riflessione sembra essersi nuovamente spostata sul rapporto tra l’uomo e il mondo, e con ciò sul diritto inteso come strumento attraverso cui disciplinarne e governarne l’articolazione. La Costituzione italiana, risultato di una fase tutt’altro che pacificata e di grande instabilità, ha ben presente i rischi che, solo vivendo, corre l’umanità. Essa opera in un sistema complesso con la finalità di orientare l’azione della politica, indicando come una “bussola” il modo in cui, verso l’esterno e verso l’interno, chi ha responsabilità decisionali deve porsi. Non offre, tuttavia, il figurino stilizzato di un utopistico mondo di domani né definisce nel dettaglio l’esito del processo trasformativo che pure promette, ma al contempo non si sottrae a scandire con precisione i valori e i principi giuridici che devono orientare l’azione di chi è responsabile, volta per volta, della sua progressiva costruzione, mattone dopo mattone. A seconda del tempo in cui agisce, il “legislatore futuro” trova in essa delle risposte possibili.

Non è un caso se Einaudi, in Assemblea costituente, nel dibattito collegato alla procedura di ratifica del Trattato di Parigi, in un serrato confronto con Croce, evocasse la necessità di farsi «portatori di un ideale umano e moderno di Europa» senza il quale «noi siamo perduti» perché «quella bomba atomica vive purtroppo in ognuno di noi». Vi è l’idea, presente in qualche modo anche in De Martino, per cui il mondo possa esistere sia pur senza l’umanità: «il mondo può finire, e non tanto nel senso naturalistico di una catastrofe cosmica che può distruggere o rendere inabitabile il pianeta terra, ma proprio nel senso che l’umana civiltà può autoannientarsi, perdere il senso dei valori intersoggettivi della vita umana, e impiegare le stesse potenze del dominio tecnico della natura secondo una modalità che è priva di senso per eccellenza, cioè per annientare la stessa possibilità della cultura». In questo quadro, chiosa De Martino, «l’uomo, solo l’uomo, porta l’intera responsabilità», in quanto nulla avviene in modo «indipendente dalle decisioni reali dell’uomo in società» (De Martino, La fine del mondo,  cit., 70).

La Costituzione italiana, nel suo implicito rifiuto dello stato di eccezione, è di per sé una risposta all’emergenza permanente in cui vive l’umanità. Fa sua una costellazione di valori, rifiutando al contempo la tirannia di uno sugli altri, con l’obiettivo di inverare l’idea per cui la neutralità rispetto alle diverse visioni del mondo non sia in alcun modo un vuoto di fini. Ambiziosamente, punta a rinsaldare un punto di vista esterno che lo stato di legislazione ottocentesco aveva tradito, funzionalizzando lo stato all’uomo e alla comunità e non viceversa. Per ottenere questo obiettivo vengono valorizzati e si raffinano progressivamente gli strumenti del diritto costituzionale. La politica è orientata così, nella sua discrezionalità, da quei valori che i principi costituzionali rendono giuridicamente vincolanti e che sono pienamente sindacabili in sede di controllo di costituzionalità. La garanzia della costituzione, in questo senso, non è solo un ulteriore livello di “legalità legale”, ma rappresenta uno scarto profondo sul piano qualitativo che segna una cesura nella continuità a sostegno di un pieno inveramento del principio libertà. Si punta a presidiare così, stabilmente e mutevolmente a un tempo, l’idea di una libertà nella liberazione. Occorre, in sintesi, tenere insieme libertà ed uguaglianza giorno per giorno; e certo non è un compito facile.

La pandemia, si dirà, è diversa dalla bomba atomica: non nasce da un manufatto umano, ma da un virus. Ci riporta però, come detto, alle basi del rapporto tra uomo e mondo e alla dimensione di senso della costituzione che rende l’uomo responsabile per i valori che pone alla base della convivenza nella ricerca di sempre nuovi assetti che siano funzionali a proteggere quell’equilibrio tra libertà e uguaglianza, la cui fragilità è al centro della riflessione dei costituzionalisti. E, a questa altezza, forse occorre ancora una volta ripensare questi fondamentali, per collocarli su un piano perlomeno europeo e prendere così coscienza che la statualità non è statica e le costituzioni non vivono, purtroppo o per fortuna, in una teca di cristallo. Le costituzioni, nella loro capacità di rispondere ai problemi che vengono loro posti, sono scritte per vivere in molti tempi diversi e la discussione sull’unità nazionale, cui ci richiama questa Tribuna, va probabilmente inquadrata entro tali coordinate di riferimento. Non si può per esempio sottovalutare che l’Europa di oggi, sia pur con le sue mancanze, è il risultato della nostra reazione alla più grande minaccia che la vita umana e, con essa, quei principi del liberalismo democratico che ne scandiscono la vita associata hanno subito in questa parte del mondo.

Il rischio, il pericolo della tragedia, è sempre dietro l’angolo. A un certo punto, vi è una accelerazione e i tempi per evitare il peggio si accorciano. A tal proposito, scrive Carlo Levi ne L’orologio, che i giorni iniziano a correre e chiediamo: «chi ci ha cacciati dal nostro paradiso? Quale peccato e quale angelo? Chi ci ha costretti a correre così, senza riposo, come gli affaccendati passanti di un marciapiede di Manhattan? O forse è proprio il tempo oggettivo, che, seguendo una sua curva matematica, si accorcia progressivamente, fino a ridursi a nulla, nel giorno della morte?». Il tempo, si risponde Levi attraverso un suo interlocutore, è naturale che si accorci, in quanto «non è altro che la misura dei nostri processi vitali» fino a quando improvvisamente «ci sfugge di mano, e ci pare che corra via come un cavallo selvaggio, e perdiamo anche la speranza di poterlo seguire con lo sguardo» C. Levi, L’orologio -1950-, 2015, 15-17).

Il tempo è da sempre il banco di prova delle costituzioni che strutturalmente ambiscono a vivere ben oltre la generazione di coloro i quali le hanno scritte, perlomeno dall’età moderna in poi. Tornare ai fondamentali della Costituzione italiana, ripensarne i presupposti, serve per riconquistare la capacità di governare il cambiamento, con ciò domando il tempo che ne sfida la continuità. La Costituzione deve riuscire a governare il suo tempo, per continuare a incidere sul mondo di domani. E solo così vi sono reali chances che il tempo non abbia una accelerazione improvvisa.

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