Tribuna

Cesare Pinelli

Oltre la contrapposizione fra Stato e mercato

La crisi economica dovuta all’emergenza sanitaria sta comportando anche in Italia un ritorno in grande stile all’intervento pubblico. Non tanto e non solo sotto forma di salvataggio pubblico di banche private, come dopo la crisi finanziaria del 2008, quanto un ritorno allo Stato investitore e perfino programmatore e, dall’altra parte, a uno Stato che torna a proteggere i diritti sociali dei suoi cittadini anche a costo di accumulare spesa in deficit.

Non siamo, però, di fronte all’ennesimo giro di giostra, dal privato al pubblico, dopo che nell’ultimo trentennio avevamo avuto il passaggio opposto, e magari prima ancora (per chi volesse provare la vertigine della regressione all’infinito) la forte pubblicizzazione seguita alla fine del laissez-faire di un secolo fa. Questi schemini non sono solo frutto di semplificazioni; sono proprio sbagliati, perché presupponendo una contrapposizione drastica (se non ontologica) fra Stato e mercato nascondono così facendo gli intrecci fra pubblico e privato che sono stati sempre forti specialmente in un Paese a capitalismo assistito come il nostro. Per convincersene, basterebbe guardare all’evoluzione della spesa pubblica, e soprattutto della sua composizione. Come classificare i massicci incentivi alle imprese private? Davvero possiamo considerare privato il settore della sanità convenzionata? E i tagli al settore sanitario pubblico, di cui pure ora paghiamo le conseguenze, sono stati uniformi oppure differenziati nei vari modelli regionali, dalla Lombardia all’Emilia?

Quando si parla di ritorno al pubblico, un secondo elemento da ricordare sempre è il declino verticale di una visione dell’interesse generale capace di guidare le scelte pubbliche. Si tratta di un declino che ha contato tantissimo già all’epoca delle privatizzazioni della seconda metà degli anni Novanta, quando si vide che l’assenza di una chiara definizione dell’interesse pubblico distingueva le privatizzazioni italiane da quelle di altri grandi Paesi europei.

Ad essa corrispondeva non a caso la scomparsa di una classe di manager pubblici capaci di fare bene quel mestiere. Parlo dei manager delle vecchie partecipazioni statali, ma anche dell’amministrazione tecnica dello Stato, che fu smantellata molto prima di Tangentopoli, per effetto della prima regionalizzazione degli anni Settanta. Col risultato che oggi i progetti delle opere pubbliche non sono di fatto opera di funzionari pubblici (per altri versi assai impauriti, vista l’azione delle procure) ma delle stesse imprese private. Se questa è la situazione, che ovviamente un’autorità come l’ANAC non potrà mai correggere, cosa vuol dire tornare all’intervento pubblico?

Ancora, che senso ha, rebus sic stantibus, parlare di una “nuova IRI”?

Si pensi pure, a contrario, all’incuria per la manutenzione, nonostante l’agghiacciante notizia seguita al crollo del ponte Morandi che la durata media delle opere in cemento armato prive di manutenzione è di cinquanta anni. La manutenzione che occorrerebbe farebbe dell’Italia un cantiere a cielo aperto, salvando a questo punto le nostre vite e assicurando molta occupazione. Difficile pensare a un intervento più pubblico di questo. Ma se ne parla solo il giorno dopo l’ennesima sciagura.

Il capitolo dei servizi pubblici rientra in pieno nel discorso. Davvero si tratta solo di tornare a spendere? Il problema dei tagli lineari che abbiamo alle spalle è che hanno buttato una parte del bambino (delle prestazioni indispensabili) con l’acqua sporca degli sprechi. Poiché nel frattempo nulla è stato fatto per distinguere l’uno dall’altra, bisognerebbe concludere che, riprendendo semplicemente a spendere, tornerebbero tutte e due. Quello dei controlli, delle valutazioni di qualità della spesa, è un campo usurato dalla brutta fine delle tante Commissioni per la spending review. Ma non è che dei controlli e delle valutazioni di spesa possiamo fare a meno solo perché sono finite male quelle Commissioni.

Alla fine, la domanda non è se ci sarà un ritorno al pubblico. Ma se, e soprattutto come, potrà maturare una visione dell’interesse generale che porti a ripristinare un minimo di eguaglianza e di mobilità sociale. Gli accenni fatti inducono a dubitare che ve ne siano le condizioni.

 

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