Tribuna

Bruno Tabacci

Il Decreto numero 19 del 25 marzo scorso è importante perché, con la conversione parlamentare, costituisce la base giuridica dei famosi DPCM, i decreti del Presidente del Consiglio dei ministri.

Sotto questo punto di vista ha il merito di fare chiarezza perché abroga il precedente decreto n. 6, fatto salvo l’articolo 2, che consentiva l’attuazione in via generale di ulteriori misure di contenimento. Si tratta di misure che riguardano limitazioni delle libertà personali di circolazione, di socializzazione, di culto, di attività̀ commerciali, di manifestazioni sportive, culturali, eccetera, misure che risultano proporzionate all’obiettivo costituzionalmente rilevante di tutela della salute.

Anche il Comitato per la legislazione, tra l’altro, ha ritenuto che il rapporto Parlamento-Governo nella procedura parlamentare di conversione del decreto-legge sia costituzionalmente corretto in relazione alla situazione di comprovata, eccezionale emergenza, inedita nella storia repubblicana.

Rimane fermo che questo modo di procedere dovrà̀ essere del tutto superato alla scadenza del semestre 31 gennaio-31 luglio, nella speranza che la pandemia sia definitivamente superata, dovendosi tornare all’utilizzo motivato dei decreti-legge, come ha giustamente anticipato lo stesso Presidente del Consiglio.

Il dibattito sui pieni poteri a Conte appare comunque del tutto forzato. E non parliamo poi del paragone con il leader ungherese Orbán.

Più di sostanza sono semmai altre questioni politicamente molto delicate emerse nel dibattito parlamentare: penso al confronto di opinioni sulla libertà religiosa. L’immagine della preghiera solitaria pasquale di Papa Francesco in piazza San Pietro ha colpito le coscienze umane, siano esse religiose o atee.

Si sono rivisti gli ultra cattolici, che purtroppo non sono solo americani. C’è l’estremismo della parola, di cui si è sentita l’eco anche in Parlamento: c’è chi ha tentato di sostenere, in maniera luciferina, che il Coronavirus sia una punizione divina per le colpe del Papa.

Eppure ancora il 28 aprile Papa Francesco ha invitato il mondo cattolico a non dividersi e ad esercitare la grazia della prudenza e dell’obbedienza alle disposizioni per sconfiggere la pandemia.

Parole sagge e sante, che non hanno bisogno di interpreti. E che mi rendono orgoglioso di riconoscermi pienamente, da cattolico, nell’invito del Papa alla prudenza.

Ho sempre diffidato del resto dell’esibizionismo religioso, specie quando camuffa intenzioni politiche. Naturalmente quando si parla di professione della fede all’interno dei luoghi religiosi non si può non prendere atto di come la situazione sia complessa, con situazioni molto diverse ad esempio da un luogo di culto all’altro: ci sono parrocchie piccole, con chiese poco capienti e poco attrezzate per fare adeguate sanificazioni, ma ci sono anche, per fortuna, chiese grandi, che possono aprire di nuovo le porte per le celebrazioni religiose. Sono convinto che le intese intervenute tra il Governo e la CEI, giovedì scorso, possono portare serenità e mettere conseguentemente in angolo polemiche pelose e strumentali che sono riecheggiate anche a Montecitorio.

Altro tema sollevato dal decreto del 25 marzo, quello dei congiunti. Che di fatto si è rivelato una trappola: l’ho considerato un passaggio assai confuso. Più che chi vedere o incontrare, si tratta di come vedere o incontrare le persone vicine. Il tema della sicurezza va perseguito nel rispetto delle libertà personali e della fiducia nei cittadini.

Non c’è dubbio, infatti, che in queste settimane abbia prevalso la paura del contagio, più che giustificata. E la paura ha reso possibile la piena accettazione delle regole e probabilmente ha cambiato abitudini e forse modelli di vita. Le prossime settimane ci diranno quanto sono profonde le modifiche intervenute nei comportamenti pre-epidemia sugli stili di vita e sui valori in campo. Non certo per le sanzioni, che comunque è stato bene ridurre, e in questo senso ho votato, apprezzandone le intenzioni, l’emendamento Baldelli. Del resto, se il problema riguardasse le sanzioni, ad esempio, in un Paese come il nostro non ci sarebbero evasori fiscali piccoli e grandi come una specie di fenomeno di massa. La realtà è che ci sono, e hanno pure goduto delle cure contro il virus, senza aver contribuito minimamente ai conti pubblici in termini di lealtà fiscale.

Quella che occorre trovare è una filosofia di fondo che ci dovrebbe guidare, non solo alla base di questo o quel decreto, ma sulle decisioni che dovremo assumere per rilanciare la produzione evitando che la crisi economica sia peggiore degli effetti del Coronavirus. Le incertezze del Governo in queste giornate non sono state certo rassicuranti, per le divisioni emerse anche su questioni come la regolarizzazione dei lavoratori migranti.

È toccato ascoltare anche che ruberebbero il lavoro agli italiani. Invito a rivedere il film Riso amaro e le condizioni di vita delle nostre mondine. Forse questo susciterebbe un sussulto di realismo per capire di cosa stiamo parlando.

D’altro canto, se non ci fosse questa regolarizzazione, verrebbe meno anche la possibilità di raccogliere frutta e verdura nella stagione già in corso, che diversamente marcirebbero sui campi.

Quindi, casomai, servirebbe un atteggiamento di riconoscenza nei confronti di chi ci sostituisce in un lavoro così difficile, complesso e anche umanamente delicato.

Tornando alla filosofia di fondo, dobbiamo anche dirci che è sbagliato pensare che la legislazione debba governare nel dettaglio i comportamenti dei cittadini, in particolare l’attività imprenditoriale, specie se si vuole uscire rapidamente dalla recessione in cui siamo sprofondati. Bisogna combattere la mafia, la malavita, la corruzione nella coscienza di un popolo, ma ora è necessario ricostruire un clima di fiducia. Le leggi non possono considerare chi organizza un’impresa produttiva un soggetto pericoloso che deve essere sorvegliato con un atteggiamento pregiudiziale.

Anche perché le leggi che alimentano il sospetto e non la fiducia, non producono opere e attività, ma un labirinto di sorveglianze, spesso pure inefficienti. L’esperienza della legge sugli appalti è, da questo punto di vista, esemplificativa: invece di disciplinare un settore, si sceglie di controllarlo. Così facendo si riduce la nostra capacità di reagire come Paese.

Pure il caso del magistrato Nino Di Matteo, tra l’altro, dimostra quanto il sospetto come ideologia politica, come presupposto morale, possa essere devastante, quando viene portato nelle istituzioni, e corroda nel profondo le condizioni della fiducia che sta alla base della convivenza civile.

E nella gara a chi si ritiene più inattaccabile nel rigore della cultura del sospetto, capitano i paradossi più imprevisti, come è capitato l’altro giorno al Ministro di Grazia e Giustizia. Mi auguro che quanto accaduto possa servire da lezione.

Infine spiace rilevare come in queste settimane non abbia prevalso il principio doveroso della collaborazione istituzionale: troppe polemiche tra Governo nazionale e regioni, e pure all’interno delle diverse regioni. Come si fa a non capire che il cittadino, seriamente preoccupato del pericolo della pandemia, non abbia alcun interesse a verificare, se anche fosse possibile, chi ha ragione e chi ha torto in questi contrasti istituzionali?

Tali divisioni, motivate da ragioni prevalentemente di propaganda, determinano discredito sulle istituzioni. È vero che non siamo soli, anche alcune grandi democrazie consolidate, come Stati Uniti e Gran Bretagna, hanno brillato per confusione istituzionale.

Ma noi non ce lo possiamo permettere. Casomai quella che serve è la compostezza, che potrebbe consentirci di recuperare punti nella scala della credibilità internazionale.

Alla luce di quanto si è visto finora mi sembra evidente che si sarebbe dovuta creare una vera cabina di regia, percepita e riconosciuta come tale, con il coinvolgimento diretto delle regioni.

L’Italia è geograficamente un Paese lungo e stretto, con una morfologia e caratteristiche sociali molto diversificate, sicché ad un’epidemia mal si attaglia un’unica soluzione nazionale. Al contrario l’articolazione regionale andrebbe assunta e praticata in una sede di efficace coordinamento statale, che non può che essere la sede del Governo. Ma una operazione di questo genere avrebbe richiesto un’unità effettiva per qualità e lungimiranza della rappresentanza politica. Che invece ha dimostrato i suoi limiti e una certa inadeguatezza. Avremmo evitato, da un lato, le polemiche datate sullo Stato accentratore e sul Governo Conte, paragonato ad Orbán, proprio dai principali tifosi populisti italiani del leader ungherese, e dall’altro le tendenze disgregatrici delle diverse regioni, in aperto contrasto con la compostezza complessiva dell’opinione pubblica del nostro Paese.

Sperando che si possa far tesoro di almeno alcune di queste considerazioni, la componente parlamentare di cui faccio parte ha espresso il proprio voto favorevole sul decreto-legge 19 del 25 marzo scorso.

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