Tribuna

Alessandro Aresu

L’inevitabile convivenza tra Stato e mercato

 

Stato e mercato non si libereranno l’uno dell’altro. Le sfide che ci attendono vedranno, a livello globale, un protagonismo ibrido: di Stati e mercati.

Secondo un rapporto del Fondo Monetario Internazionale nell’aprile 2020, le società partecipate dagli Stati (SOEs) hanno raddoppiato la loro importanza tra le principali imprese mondiali nell’ultimo decennio, con asset che valgono 45.000 miliardi di dollari. Allo stesso tempo, secondo un paper della Banca Mondiale del 2019, il contributo delle imprese partecipate dallo Stato non è maggioritario nemmeno nel sistema cinese, dove è stimato a circa il 40% degli asset e al 23-28% del PIL.

Il concetto che oggi segna la complessità dei rapporti tra Stato e mercato è la sicurezza nazionale. Negli Stati Uniti, l’allargamento della sicurezza nazionale porta a effetti molto rilevanti: oltre alla pervasività globale del sistema statunitense di sanzioni finanziarie, la competizione tecnologica con la Cina ha aumentato il ruolo di apparati di controllo del mercato, come il Committee on Foreign Investment in the United States e il Bureau of Industry and Security. Il capitalismo degli Stati Uniti è “politico” perché un investitore estero in nanotecnologie, biotecnologie o analisi dei dati non ha alcun “diritto” a investire nel Paese: deve essere autorizzato dagli apparati governativi, che giudicano i suoi scopi e il suo passaporto, e che valutano gli effetti sulla gigantesca “base industriale della difesa”. Allo stesso tempo, le imprese private nazionali non hanno il “diritto” di realizzare rapporti commerciali con alcune grandi imprese straniere (per esempio, le società di telecomunicazioni cinesi). I controlli sulle esportazioni si riflettono in una corsa ai contributi pubblici, come avviene nell’ambito decisivo dei semiconduttori. Senza giungere ai rapporti tra il governo cinese e l’imprenditore privato Jack Ma, considerare questi fenomeni degli Stati Uniti in termini “di mercato” è improprio. E siccome riguardano la competizione geopolitica e tecnologica che muove il mondo, dobbiamo tutti farci i conti.

Così una cifra della nostra epoca è l’allargamento di “sfere di sicurezza nazionale”, di Stati o aggregazioni regionali. In questo panorama, non dobbiamo però scordare mai che negli Stati Uniti il potere esorbitante della sicurezza nazionale si muove in un sistema dove fluiscono enormi risorse dei mercati finanziari e degli investitori istituzionali: è la potenza dell’innovazione, oltre al primato militare, a rendere possibile una sicurezza nazionale ipertrofica. Che altrimenti è un’arma spuntata.

La pandemia, che da mesi caratterizza le nostre vite, irrompe in questo scenario, in cui si colloca anche l’Italia. L’ambito della sicurezza nazionale si allarga. Concetti un tempo dimenticati nella retorica (nella pratica, solo da alcuni) come “politica industriale” e “settori strategici”, tornano di moda. A livello europeo, ritorna attuale la tradizionale strategia della Francia: ridimensionare le regole su concorrenza e aiuti di Stato per dare priorità alla scala industriale e alle iniziative pubbliche sulla frontiera tecnologica. Anche nella “corsa al vaccino” ancora in corso, Stati e mercati non vivono in mondi separati: al di là del governo tedesco che ha annunciato interventi diretti in aziende biomedicali col motto “non vendiamo la nostra argenteria”, la collaborazione tra pubblico e privato è essenziale non solo per gli ordini, per le riconversioni industriali, per le filiere, ma anche per la sfida logistica, su cui si misurerà il successo dei vari sistemi nel 2021. Nei piani di ripresa, visto che il problema immediato non è certo l’assenza di liquidità sui mercati, la cartina di tornasole sarà per tutti la capacità di realizzare investimenti: una competizione di infrastrutture materiali e immateriali su cui gli Stati saranno giudicati. Dagli elettori, dagli altri Stati e dai mercati.

Un capitolo specifico riguarda il capitalismo italiano e le sue strutturali mancanze, dalla penuria di nuove grandi imprese private agli scarsi investimenti in innovazione. È emerso un ruolo crescente della Cassa Depositi e Prestiti, che andrà prima o poi valutato sulla base dell’impatto di suoi veicoli che esistono ormai da dieci anni e sulla base della rispondenza al suo ruolo storico, che resta più appropriato della funzione di holding di partecipazioni: il sostegno agli enti locali e alle infrastrutture oggi è ancora più decisivo. Ma il discorso è molto più ampio, in un capitalismo che sarà sempre più legato all’ambito europeo, nel prossimo decennio. Le società a partecipazione statale quotate in Borsa sono oggi il nucleo principale del nostro capitalismo e delle nostre filiere: sebbene siano tutt’altro che grandi rispetto alla competizione globale, hanno mostrato l’utilità della convivenza della presenza dello Stato e dello scrutinio del mercato. Nelle telecomunicazioni, l’impoverimento tecnologico e strategico della grande impresa nazionale (Telecom), che dura fino ad oggi, nacque con l’affidamento ad azionisti privati senza competenze nel settore, mentre – non va mai dimenticato – un management capace venne umiliato e accompagnato alla porta. Ma negli ultimi decenni non ha avuto successo nemmeno un modello opposto, quello delle partecipazioni locali senza alcun criterio di mercato, per esempio in utilities in cui la retorica pubblica non ha migliorato i servizi o rafforzato gli investimenti (basti pensare alla rete idrica). La consapevolezza, spesso dolorosa, delle lezioni del recente passato italiano è il primo passaggio da compiere per immaginare il futuro. La ripresa italiana, per trovare la sua strada, dovrà trovare un equilibrio per pensare ed affrontare la difficile ma inevitabile convivenza tra Stato e mercato.

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